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OMOSESSUALITÀ

Articolo basato, per la comune causa, sugli scritti di Leonardo Moiser, che ringraziamo.

Nel corso del 2009, solo in Italia, ci sono state 113 azioni a sfondo omofobico: 12 omicidi, 80 violenze e aggressioni, 8 estorsioni, 4 atti di bullismo e 9 vandalici; circa il 50% in più del 2008 (Arcigay, 2009). Ciò significa che ogni tre giorni circa un omosessuale deve temere di essere omosessuale. Dal 2012 al 5 ottobre 2020 sono stati da noi censiti in Italia 876 episodi, per un totale di 1.166 vittime, e non è un elenco esaustivo (fonte: www.omofobia.org). Il 43% degli psicoanalisti italiani pensa che l’omosessualità sia l’espressione di una dinamica familiare patologica e tende a considerarla un sintomo, e il 51% ritiene che sia l’espressione di

uno sviluppo incompleto o di una fissazione nello sviluppo psichico ed emotivo (Capozzi, Lingiardi, Luci, 2004).

Nell’aprile del 1998 Fini dichiara a una trasmissione televisiva che una persona gay non può fare il maestro elementare, perché sarebbe un cattivo esempio per gli alunni.

Alessandra Mussolini, alla trasmissione “Porta a porta” del 9 marzo 2006 afferma: «Meglio fascista che frocio». Sono tutti esempi e conseguenze dell’eterosessismo, cioè di quella corrente di pensiero eteronormativo che ritiene l’eterosessualità l’unica norma

accettabile e naturale, ritenendo perverso (paradigma morale) o patologizzando (paradigma medico) i differenti orientamenti sessuali.

Il primo passo da fare è cercare di definire il termine. Abbiamo già trattato il tema nel capitolo riguardo gli orientamenti sessuali. L’omosessualità può essere definita come un desiderio di vicinanza affettiva e sessuale nei confronti di persone dello stesso sesso.

Occorre distinguere tra orientamento sessuale e identità dell’orientamento sessuale.

Quest’ultima è intesa come riconoscimento e internalizzazione del proprio orientamento sessuale, comprendente quindi vari elementi come l’autoconsapevolezza, l’auto-etichettatura, il sentirsi parte di un gruppo e di una cultura ed anche, naturalmente, accettazione o possibilmente anche auto-stigmatizzazione, con rilevanti conseguenze sulla presa di decisioni, nella formazione di supporto sociale, modelli di ruolo, amicizie e

rapporti interpersonali di vario genere. (Dèttore, 2010). Questo concetto introduce una realtà intrapsichica di autodefinizione, sicuramente più conforme a una visione psicologica.

Storicamente, nel mondo antico veniva accettata la pederastia, in cui la coppia era formata dall’erastes, l’uomo maturo di età compresa tra i 20 e i 30 anni, e dall’eromenos, il partner più giovane, dai 12 ai 17 anni. La relazione si basava su una differenziazione netta di ruoli: il più grande aveva un ruolo educativo e sessualmente era l’unico attivo e il solo a poter provare piacere nel rapporto. Il più giovane, invece, era sottomesso al primo da una serie di elementi morali, spirituali e pedagogici. A lui spettava il compito di sedurre con la sua bellezza, ma non doveva assolutamente mostrarsi accondiscendente e, invece di provare direttamente piacere dalla

pratica sessuale, doveva godere del piacere procurato all’altro.

L’importanza via via assunta dal Cristianesimo dei primi secoli dopo Cristo portò ad un

rivoluzione nel campo della sessualità in generale, colpendo in maniera pesante l’omosessualità in particolare. Nella dottrina cristiana la sessualità veniva disgiunta dal piacere per essere legata esclusivamente alla riproduzione. Tuttavia nei primi secoli le repressioni verso gli “atti sodomitici” sono scarse. In generale, l’atteggiamento verso l’omofilia in Italia è stato fin da subito legato all’occultamento del cosiddetto

“peccato innominabile”. Meno se ne parla, meglio è.

Bisogna arrivare al XIII secolo per vedere nascere le prime forme di intolleranza verso la sodomia, che continuano fino alla fine del XVII secolo. Ogni diversità religiosa, morale e sessuale inizia ad essere fortemente contrastata da Chiesa e Stato. Si arriva ad emanare codici legislativi che prevedono il rogo o la castrazione (Francia), l’impiccagione (Spagna) o la confisca di terreni (Toscana). Con l’illuminismo, l’omofilia inizia ad essere vista ora come una patologia, una malattia mentale curabile, di cui l’autore non è responsabile eticamente. La sodomia degli era un tipo

particolare di atti vietati; il loro autore veniva punito in quanto solo un soggetto giuridico. L’omosessuale del XIX secolo, invece, diventa una persona, con un passato, una storia, ed un’infanzia, un carattere, una forma di vita; una morfologia anche, con un’anatomia indiscreta e forse una fisiologia misteriosa. Inoltre, se l’omosessuale inizia ad essere riconosciuto come persona, può iniziare a richiedere dei diritti.

Il primo militante omosessuale può essere identificato in Karl Heinrich Ulrichs, il quale scrive tra il 1864 e il 1880 dodici saggi in cui sostiene l’idea che l’omosessualità sia un’inclinazione naturale nell’uomo. Definisce l’amore fra due maschi uranismo, in onore di Afrodite Urania che, nel Simposio di Platone, viene identificata come la dea dalla quale deriva l’attrazione di un uomo per un altro. L’autore è convinto che gli omosessuali siano un terzo sesso, costituito da anime femminili racchiuse in corpi maschili, ma naturalmente esistenti da sempre.

In questo periodo nasce il termine omosessuale, commistione di etimologie greche e latine (omoios – simile e sexus – sesso), da parte dello scrittore Kàroly Mària Benkert che, sotto lo pseudonimo di Kertbeny, scrive al ministro prussiano della giustizia per chiedere l’abrogazione dell’articolo 175 che punisce gli atti sessuali fra uomini (Polito, 2005). Il termine viene coniato con l’intenzione di proporre un nuovo modo di chiamare le persone attratte dallo stesso sesso, lasciando da parte termini quali sodomita, pederasta o invertito, carichi di connotazioni infamanti.

I primi movimenti omosessuali, composti da gruppi di persone che richiedono diritti precisi per se stessi, si iniziano a formare in Germania sul finire del XIX secolo. Nel 1897 Magnus Hirschfeld fonda il Comitato Scientifico Umanitario,la prima organizzazione politica per la liberazione degli omosessuali dalla condanna e dalla repressione giuridica e sociale. (Polito, Ibidem, p. 109).

Fra i vari propositi dell’associazione primeggia il tentativo di abolire il paragrafo 175 del codice penale tedesco, che sanzionava pesantemente le pratiche omosessuali. Il comitato svolge un’estesa attività di propaganda, arrivando a coinvolgere diversi personaggi pubblici in una raccolta firme. Fra i vari personaggi coinvolti ricordiamo Hermann Hesse, Albert Einstein, Thomas Mann, Rainer Maria Rilke, Lev

Tolstoj. Si raccolsero, in totale, più di 5000 firme (Polito, 2005).

Il Comitato ha parecchio successo e il nome di Hirschfeld diviene ben presto famoso in tutta la Germania. L’ascesa del Nazismo nel 1932, però, inizia a creare profondi disagi all’attività di militanza, fino ad obbligare la chiusura dell’Annuario egli stati sessuali intermedi, il giornale del Comitato uscito annualmente fin dal 1899. All’inizio degli anni Trenta Hirschfeld porta il suo pensiero in giro per il mondo, da dove verrà a sapere della distruzione dell’Istituto da parte delle truppe naziste nel 1933. L’ascesa di Hitler al potere segna una grave sconfitta per i movimenti di militanza omosessuale: le pene previste dal paragrafo 175 vengono inasprite e decine di migliaia di omosessuali vengono inviati ai campi di concentramento, dove vengono contrassegnati da un triangolo rosa (Le Bitoux, 2002).

Il movimento di lotta politica in difesa dei diritti degli omosessuali ritorna qualche decennio successivo in America. È il 27 giugno del 1969. Allo Stonewall Inn, locale

frequentato da omosessuali, transessuali e drag queen, fa irruzione, come al

solito, la polizia. Ma i clienti del locale non sono più disposti a subire passivamente i soprusi da parte delle forze dell’ordine e organizzano una contestazione che dura per i tre giorni successivi.

Da quel giorno ogni anno viene festeggiata la giornata dell’orgoglio gay (gay pride) ed iniziano a sorgere diverse associazioni di militanza gay in vari Paesi.

All’interno dei vari movimenti, particolare risalto ha assunto dagli anni ’90 quello che cerca di destrutturare la visione sociale della sessualità: è il cosiddetto movimento queer, il quale propone di uscire dal binarismo etero-omosessualità, per cercare un’identità che non sia basata sull’orientamento sessuale. Questa teoria si caratterizza per un forte impegno di militanza sociale, attraverso azioni che dovrebbero portare la società ad interrogarsi sul senso dell’identità e dell’orientamento sessuale. La definizione di omosessualità, infatti, ricade nella suddivisione eterosessista proposta dalla società. Si deve «uscire di prigione senza rientrare nel ghetto».

Nel resto del mondo queste associazioni hanno permesso, soprattutto nell’ultimo decennio, il riconoscimento di diversi diritti per persone omosessuali. Il matrimonio fra persone dello stesso sesso è oggi riconosciuto in Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Portogallo, Islanda, Irlanda, Svizzera, Canada, Massachusetts, California, Connecticut, Iowa, New Hampshire, Washington DC,

Argentina, Sudafrica. In diversi Paesi, tra cui l’Italia, inoltre, vengono riconosciute le Unioni di Convivenza anche fra persone dello stesso sesso.

Si sta discutendo in America la questione della presenza di persone omosessuali all’interno dell’esercito. Finora la politica adottata era quella del “don’t ask,

don’t tell”: una persona poteva rimanere all’interno dell’esercito anche se omosessuale, purché non lo dichiarasse apertamente. Virginia Phillips, giudice federale della California, ha dichiarato questa norma incostituzionale, in quanto viola la libertà d’espressione.

Ancora molto è da fare, soprattutto in quei paesi di stampo islamico integralista (Nigeria, Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Mauritania, Sudan e Yemen), dove l’omosessualità è ancora perseguibile penalmente, fino alla morte. Nel 2008 l’ONU ha proposto la depenalizzazione dell’omosessualità. Ė iniziativa presa dalla presidenza di turno francese dell’Unione europea, e accolta da tutti i 27 Paesi della Ue. Immediato il “no” della Santa Sede: “Gli stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come ‘matrimonio’ – dice monsignor Celestino Migliore – verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni”. Una giustificazione senza senso non richiesta, che manifesta l’accusa che da sempre la Chiesa Cattolica esprime contro il matrimonio tra omosessuali, considerati non degni di essere considerati un sacramento.

OMOFOBIA

Il termine omofobia appare per la prima volta in uno scritto di George Weinberg del 1972 . L’autore riferisce che le possibile cause dell’omofobia possono essere l’integralismo religioso, la paura della propria omosessualità latente, l’invidia rimossa e la minaccia ai valori costituiti. Il testo è molto chiaro nello specificare come l’attrazione per persone dello stesso sesso non sia una malattia mentale, mentre lo è l’intolleranza verso l’omosessualità.

L’omofobia è una forma di sessismo contro le persone che hanno un orientamento sessuale presentato come «diverso»: gli/le omosessuali, i gay, le lesbiche e i/le bisessuali. Alcuni/e, a loro volta, chiamano «eterosessismo» la tendenza delle istituzioni a portare in evidenza questa «differenza», a squalificare e screditare la sessualità degli uomini o delle donne che fanno l’amore fra di loro, e ad affermare che solo l’eterosessualità è normale.

Montano (2000) sottolinea come la discriminazione istituzionalizzata porti ad un’omofobia interiorizzata da parte degli stessi omosessuali, definibile come l’accettazione passiva di tali atteggiamenti negativi e pregiudizi. Essi si trasformano in una sorta di oppressore interiore che in ogni istante ricorda al gay o alla lesbica l’avversione sociale della propria diversità, e l’essere un presunto errore.

Il bambino omosessuale che si trova a crescere in una realtà sociale profondamente

eterosessista viene educato o, come dice Mieli (1977), “educastrato“, a riconoscere la norma nell’eterosessualità. Basti pensare a quando si spiega ad un bambino che da grande avrà anche lui una famiglia con dei bambini, o quando gli si chiede se ha già una fidanzatina, o quando certi comportamenti effeminati vengono criticati aspramente. Questi atteggiamenti della società vengono interiorizzati e l’omosessuale stesso si convince che il suo orientamento è qualcosa di sbagliato. I terapeuti del filone riparativo (Nicolosi, 1997; Cantelmi, 2008), i quali affermano che l’omosessualità distonica debba essere curata, non tengono conto, nei loro presupposti teorici, del concetto di omofobia interiorizzata, ma si fermano ad un’analisi superficiale della domanda del paziente che desidera modificare il proprio orientamento sessuale (Rigliano, 2006).  Se una persona desidera cambiare il proprio orientamento sessuale, dunque, è perché non ha avuto una base sicura sulla quale costruire un proprio senso d’identità saldo, e su questo un terapeuta dovrebbe lavorare.

Nel pensiero comune, così come nell’ordinamento giuridico di molti Paesi, ad essere condannata non è l’omosessualità in sé, ma l’atto di farsi penetrare. Questa è la cosa che l’eterosessuale medio teme più di tutto. Ne è la riprova il fatto che l’omosessualità femminile non è così stigmatizzata come quella maschile. Quindi, la paura dell’omosessualità ne copre un’altra, che è ben più arcaica ed universale: la paura della

confusione dei generi (Castañeda). Della stessa idea pare anche Drescher (2003), il quale afferma che uno dei maggiori pregiudizi nei confronti dell’omosessualità consiste nell’identificare omosessualità ed effeminatezza. Altri autori (Bertone, 2009; Mieli, 1977) puntano maggiormente l’attenzione sul processo di scissione e proiezione che sta dietro l’omofobia: chi odia gli omosessuali è in realtà un omosessuale latente, che non riconosce questo suo lato “cattivo”, lo separa dalla sua identità e lo proietta sugli altri omosessuali. Un interessante ricerca di Adams, Wright e Lohr (1996) mostra

come una forte omofobia sia strettamente correlata con desideri omoerotici rimossi.

TEORIE PSICOLOGICHE DELL’OMOSESSUALITÀ

L’orientamento sessuale non dice nulla della salute mentale, della capacità di relazione, della struttura morale di un soggetto (V. Lingiardi, M. Luci, L’omosessualita in psicoanalisi).

La posizione attuale della comunità scientifica nei confronti dell’omosessualità è molto chiara:

l’American Psychiatric Association nel 2000 ha confermato la sua posizione del 1973 secondo la quale l’omosessualità di per sé non è diagnosticabile come disturbo mentale. L’APA aveva abolito la categoria di omosessualità egodistonica nel 1987.

L’American Psychological Association (2009) ha recentemente pubblicato un documento nel quale afferma che ogni tentativo di modificare l’orientamento sessuale non può che risultare vano, riconfermando l’omosessualità come una normale variante del comportamento sessuale.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità è arrivata qualche anno dopo, nel 1992, a depennare l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali dell’ICD.

L’American Psychoanalitic Association ha permesso, dal 1991, a persone apertamente omosessuali di poter entrare nei training di formazione per diventare psicoanalisti e l’anno seguente ha dato loro la possibilità di poter accedere alle cariche di analista formatore e supervisore, cancellando completamente ogni discriminazione nei loro confronti (Flaks, 1992).

Vediamo, ora, come la psicoanalisi si è occupata di omosessualità.

Le teorie psicoanalitiche

Freud, nei suoi scritti, si è cimentato diverse volte nel tentativo di comprendere

l’omosessualità e le sue riflessioni non sempre sono coerenti e precise, ma paiono, però, sempre rispettose e non patologizzanti. Ribadisce la sua posizione non discriminante nei confronti dell’omosessualità, posizione che all’interno della comunità psicoanalitica stava venendo meno. Nel 1920, in Psicogenesi di un caso di omosessualita femminile, Freud afferma tutte le sue perplessità dei tentativi di convertire dei pazienti omosessuali all’eterosessualità.

“La ragazza [una paziente lesbica] non era affatto malata (non soffriva interiormente, non si lamentava del proprio stato) e il compito richiesto non consisteva nel risolvere un conflitto nevrotico, ma nel convertire un genere di organizzazione genitale della sessualità in un altro. Come l’esperienza mi ha insegnato, ottenere un tale risultato – l’eliminazione dell’inversione genitale o omosessualità – non è mai facile.” (Freud, ibidem, p.386)

Inizia, in quest’opera, a definire con maggior precisione il concetto di orientamento ed

identità, precisando che si tratta di due concetti in gran misura indipendenti l’uno dal’altro. In vari altri momenti il fondatore della psicoanalisi si è apertamente espresso a favore della normalizzazione dell’omosessualità: nel 1903 concede un’intervista al giornale Die Zeit in cui affermava che gli omosessuali non devono essere trattati come criminali; nel 1930 è cofirmatario in una petizione per abolire le pene nei confronti degli omosessuali (Abelove, 1985);

Cosa successe, dunque, all’interno della comunità psicoanalitica da arrivare ad impedire a persone omosessuali di accedere alle scuola di specializzazione?

Già in Europa Freud non aveva molti colleghi che appoggiassero le sue idee tolleranti, ed in America la sua concezione dell’omosessualità venne accettata ancora meno.

Autori quali Socarides, Bieber, Radó e Ovesey, definiti da Drescher (2010) i neofreudiani patologizzanti, proponevano una teoria patologica dell’omosessualità, affermando che una corretta psicoanalisi doveva portare i pazienti verso l’eterosessualità. Fra questi autori si possono annoverare anche Reich e Lowen.

Nel 1965 Lowen pubblica Amore e orgasmo, nel quale illustra la sua teoria sulla

sessualità. “L’omosessuale si rivela come una delle più tragiche figure dei nostri tempi.

Solo intorno alla fine degli anni Ottanta alcuni psicoanalisti, Isay, Drescher e Roughton in testa, iniziarono a portare all’attenzione della comunità psicoanalitica il problema dell’ipocrisia al suo interno: sebbene ufficialmente nessun gay potesse diventare psicoanalista, ciò non corrispondeva alla realtà dei fatti (Moore, 2000). Ciò portò una grande rivoluzione all’interno dell’American Psychoanalytic Association, risoltasi nell’abolizione delle norme interne che non permettevano l’accesso alla società da parte di omosessuali.

D’altro lato, Lowen, il fondatore della Bioenergetica non prende nemmeno in considerazione la possibilità che l’omosessualità possa essere una variante naturale del comportamento umano.  L’autore delinea chiaramente quali siano le caratteristiche dell’omosessuale, che sarebbe un uomo solo, isolato, insicuro, angosciato, oppresso dal senso di solitudine, depresso e manifesta sempre dei caratteri schizofrenici. Spensieratezza e allegria, da cui deriva il termine gay, sono solo maschere che nascondono la sua insensibilità. Disprezza se stesso e tutti i valori dell’individuo medio.

Nelle relazioni l’omosessuale cerca se stesso nell’altro, si trova sempre invischiato in relazioni narcisistiche. L’omosessualità può essere vista come una combinazione fra la ricerca dell’amore narcisistico infantile con il tentativo adulto di amare eterosessualmente. Il partner viene sempre vissuto come appartenente all’altro sesso, rappresentante della donna e della madre, ma la paura per l’altro sesso gli impedisce di attuare nella realtà questo tipo di relazione, interpretandola solamente in maniera simbolica. L’altro rappresenta la donna, ma non può esserlo. L’autore specifica che la potenza orgastica può essere raggiunta solo ed esclusivamente all’interno di una relazione eterosessuale.

Il problema dell’omosessuale non è la tendenza omosessuale ma l’immaturità e la struttura nevrotica della personalità. Ogni forma di omosessualità è un sintomo dell’incapacità di agire da adulto maturo e responsabile. Non è di per sé una malattia ma il sintomo di una malattia di tutta la personalità. Non può essere curata solo come una deviazione sessuale ma come una distorsione dell’intera personalità.  Le

persone rivelano tendenze omosessuali nella misura in cui sono nevrotiche. (Lowen, ibidem, p. 136).

CRITICHE ALLE TEORIE OMOFOBICHE DI A. LOWEN

“Chiaramente, non si può guarire qualcuno da una malattia che non ha”

M. Mieli, Elementi di critica omosessuale

“La bussola del nostro equilibrio non è il genere sessuale del partner, ma la qualità del rapporto che siamo in grado di costruire.”

S. Argentieri, A qualcuno piace uguale

Per Lowen, l’omosessualità pone la questione se esistano due sessi o tre.  Tuttavia, se l’omosessuale ha una forte identità femminile, secondo questo schema binario dovrebbe cercare esclusivamente maschi eterosessuali. Per gli omosessuali moderni, invece, come dimostra la ricerca di Barbagli e Colombo (2001), la relazione si basa sul principio di uguaglianza. Già Kinsey et al. (1948) hanno osservato come gli omosessuali non hanno particolari caratteristiche femminili che li rendano riconoscibili rispetto agli eterosessuali. Nell’omosessuale l’identità sessuale corrisponde al sesso anatomico: si tratta di una persona che sa di essere maschio o femmina ma che ama o è attirato sessualmente da persone dello stesso sesso.

La grandissima maggioranza degli omosessuali italiani cerca un rapporto di coppia stabile e solo un’esigua minoranza (il 12% degli uomini e l’8% delle donne) preferisce avere relazioni con partner occasionali. (Barbagli, Colombo, 2001, p. 204)

La ricerca appena menzionata riporta come quasi la metà degli omosessuali abbiano una relazione fissa e una parte significativa di loro convive, anche da diversi anni. La percentuale di omosessuali conviventi è decisamente maggiore rispetto a quella delle coppie eterosessuali, soprattutto fra i più giovani. Diverse ricerche (cfr. Fruggeri, Chiari, 2006), inoltre, svelano come siano molte di più le somiglianze piuttosto che le differenze fra coppie eterosessuali ed omosessuali.

Per Lowen, tutti gli omosessuali manifestano certi caratteri schizofrenici (Lowen, ibidem, p. 82). Gli omosessuali, quando si vuole adottare un piglio colto, vengono chiamati diversi; ma, nel bene e nel male sono fin troppo simili agli eterosessuali e semmai sono diversi tra di loro. (Argentieri, 2010, p. 118)

Cercare di trovare delle differenze fra popolazione omosessuale ed eterosessuale non porta da nessuna parte. Come si è visto, diverse ricerche convalidano il fatto che l’unica differenza statisticamente significativa fra le due popolazioni è l’orientamento sessuale.

Se, come Lowen dice, ogni relazione omosessuale ha una base narcisistica, ciò è vero anche per ogni relazione eterosessuale. Argentieri (2010, p. 48) si pone delle semplici domande: quale innamoramento è esente da componenti narcisistiche? Chi non ricerca nel rapporto amoroso l’illusione felice di se stesso bambino adorato? Chi non idealizza all’inizio la persona prescelta?

D’accordo con Argentieri (2010, p. 52) non credo che all’omosessualità corrisponda una struttura psicologica specifica. Ma nonostante tali considerazioni semplici, intuitive, basate sul buon senso e confortate dall’esperienza, persiste l’idea che

l’omosessualità sia una categoria omogenea.

Già Freud (1920; Jones, 1953) era convinto che non solo l’omosessualità non si potesse guarire, ma che neppure si dovesse guarire.  Abbiamo visto come le maggiori comunità scientifiche non ritengano l’omosessualità una patologia e il rapporto dell’ American Psychological Association (2009) dimostra quanto possano

essere pericolose quelle terapie basate sul tentativo di cambiare orientamento sessuale, anche laddove vi è una richiesta esplicita del paziente stesso.

Siamo convinti che finché l’omosessualità verrà considerata una

malattia da curare o un vizio da estirpare, gli omosessuali non possano avere vita facile, poiché ci sarà sempre qualche omosessuale latente che nega il suo orientamento (altrimenti detto omofobo) che vuole convertirci, o qualche

integralista religioso convinto che il nostro atteggiamento offenda Dio e vada perciò punito.

Riteniamo che il principale strumento cognitivo per combattere l’omofobia sia, a nostro avviso, la conoscenza, la migliore ricetta dell’umanità, come già disse Dante, insieme alla capacità di comprendere e amare il prossimo.