CULTURA E BENI CULTURALI LGBTI+
Lo stigma e l’emarginazione della comunità Lgbti+, della sua cultura e della sua lingua di Marco Ravaioli
Il mondo è un posto pericoloso non a causa
di quelli che compiono azioni malvagie,
ma per quelli che osservano senza dire nulla.
Albert Einstein.
Di solito si diventa consapevoli di essere lesbica, gay, bisessuali, trans, o si capisce meglio cosa significhi essere intersessuali, nel corso dell’adolescenza, anche se rispetto all’orientamento sessuale o all’identità di genere ci sono dei segni premonitori anche nell’infanzia, di cui non vi è piena consapevolezza per l’età, ma che possono essere comunque letti dall’ambiente circostante.
Tuttavia è proprio quando l’adolescente prende coscienza di questa parte importante della sua identità e persona che iniziano i problemi. Mentre ci si aspetterebbe di essere compresi e amati come sempre dai genitori, dalla famiglia, dal gruppo degli amici, questo può dolorosamente non accadere. La scoperta dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere non conforme per la famiglia è spesso un fenomeno inaspettato, un “imprevisto” che nella maggioranza dei casi porta almeno inizialmente allo stigma e alla disapprovazione.

Mentre gli individui di altri gruppi sociali spesso stigmatizzati, ad esempio le persone afrodiscendenti, hanno comunque una famiglia e una storia che danno supporto, e ciò si spiega facilmente, perché i neri sono figli di altri neri che hanno vissuto lo stesso stigma, una persona della comunità LGBTI+ si trova ad affrontare tematiche esistenziali e difficoltà di inclusione nella società da solo/a. Ben presto molti si rendono conto della necessità della ricerca e della frequentazione di altre persone lgbti+, in luoghi di aggregazione e ritrovo, in gruppi e associazioni, reali o virtuali, che diventano talvolta “famiglia”, con legami affettivi e di amicizia molto solidi. Purtroppo però non succede sempre, e tanti problemi sono comunque lontani dall’essere risolti.

Vengono sempre avvertiti lo stigma, la disapprovazione, la discriminazione, e anche insulti e aggressioni. Particolarmente complesso è il percorso delle persone trans, per la loro visibilità inevitabile, e per le difficoltà del percorso medico-burocratico, sempre che lo si voglia intraprendere. Per gay e lesbiche non esiste in Italia la possibilità del matrimonio, ma solo dell’ unione civile. La Chiesa Cattolica, maggioritaria e influente, continua di fatto con la sua condanna tradizionale delle relazioni omosessuali. In sostanza le persone della comunità LGBTI + si trovano a vivere come stranieri nelle città e nelle terre che li hanno visti nascere e crescere.
CULTURA E BENI CULTURALI LGBTI+
Nella fase preparatoria della conferenza che promuove l’alleanza e l’amicizia tra persone eterosessuali e LGBTI+ si è parlato di dare enfasi alla “particolare sensibilità artistica degli omosessuali”, considerando il contributo alla storia, all’arte e all’identità italiana dei vari Michelangelo, Leonardo ecc. ecc. Certo, sarebbe interessante rileggere il contributo LGBTI alle arti e alla cultura, ma da una parte lo stereotipo risulta pesante, e ambiguo, come se solo grazie a certe eccellenze le persone lgbti+ meritassero rispetto… D’altra parte la storia delle persone lgbti+ come “bene culturale italiano” è stata una storia di furti, assenze e mancanze. Certo, ci siamo sempre, stati/state/stat*, ma abbiamo vissuto spesso un senso di esilio ed estraneità. La cultura dominante condannava il nostro vivere e il nostro sentire come peccato (prima) e anche come patologia (poi). I nostri amori non potevano essere consacrati, i nostri desideri erano irredimibili, il nostro sentire rischiava di scardinare un immaginario dominante fatto di ruoli, di polarità benedette fra maschile e femminile. E quindi, per sopravvivere, spesso abbiamo taciuto. E di conseguenza non abbiamo raccontato le nostre storie, non ne abbiamo fatto poesia, canzone, pittura, scultura, ma magari abbiamo spostato la nostra ispirazione su storie diverse, accontentandoci di alludere, proiettare, sublimare. Bastava un cenno per riconoscerci fra di noi, le cifre segrete di un linguaggio privato passavano inosservate agli occhi dei più…. Eppure un filo invisibile, fatto di “non detto”, attraversava la storia.
Certo, ci sono stati dei momenti, al tempo appunto di Leonardo e Michelangelo, in cui le nostre città si sono innamorate dei ricordi dell’antichità, di un tempo diverso quando non pesavano certe condanne cristiane. In quei momenti l’allusione si è fatta più sfacciata, gli amori di Apollo e di Diana sono stati raccontati ancora dopo secoli, la Bellezza è stata celebrata in tutte le sue forme, nel mondo. Ma erano appunto momenti, che poi si trasformavano, si incupivano, si perdevano. E ancora il silenzio, la condanna, la doppia vita, l’ipocrisia. E le città italiane, che erano state ispirazione per tutta l’Europa, si facevano periferia, rispetto alle nuove capitali di imperi intercontinentali dove la nostra “gente” pian piano inventava nuove forme di resistenza, di sopravvivenza, di vita.
E l’altro ieri proprio da queste nuove capitali sono arrivate nuove parole per nominarci, il rifiuto del segreto e del silenzio, e l’idea di non dover chiedere scusa perché si è quello che si è. E abbiamo cominciato a raccontarci, a cantarci, a dipingerci, a scolpirci, a fotografarci, a filmarci.
Naturalmente non si colma il ritardo secolare accumulato nel tempo, i nostri Romeo and Juliet non sono mai stati scritti se non “in maschera”, ma finalmente possiamo PARLARE. Qualcuno rimpiangerà gli artifici che dovevamo usare per dire senza dire, le torsioni creative cui ci obbligava la regola del segreto, le icone dietro le quali ci potevamo nascondere. Ma noi non vogliamo dimenticare tutto questo, perché i ghiribizzi di chi dice e non dice sono stati la nostra tradizione. E noi, spesso nel mirino di tradizioni e tradizionalisti, vogliamo ripartire anche dalle voci del nostro passato sbilenco, per arrivare oltre, Somewhere over the Rainbow.

La lingua della nostra cultura: asterischi, schwa (scevà) e l’Accademia della Crusca
Da tempo i movimenti LGBTI+ e non solo, dopo aver promosso l’uso del linguaggio sessuato (per esempio dire “italiani e italiane” anziché solo “italiani”), con lo scopo di dare visibilità linguistica/politica a uomini e donne, hanno cominciato a utilizzare vari strumenti, come l’asterisco * o lo schwa ə, per nominare tutte le persone che non si riconoscono nei due generi, ma che vanno oltre, sono fluide ecc. ecc.
Ultimamente l’ Accademia della Crusca ha preso posizione contro l’uso di asterischi e scevà nella lingua italiana, considerandoli impropri e non assimilabili al linguaggio corrente, distinguendo fra genere grammaticale e genere reale (“creatura” può essere un bambino maschio, “donnone” è una donna ecc.).
Uno potrebbe essere anche d’accordo con la Crusca, la cosa strana è che la Crusca si sia scoperta così normativa, e che abbia deciso di rendere pubblico il suo giudizio proprio su questo tema. Mi spiego, la Crusca si è complimentata con il bambino che aveva inventato la parola “petaloso” spiegandogli che è l’uso che dà poi dignità da dizionario alle nuove parole, e che se un numero congruo di persone cominciasse ad usare “petaloso” quest’ultima parola non potrebbe non essere registrata. Bene, ok. Di fatto un numero crescente di persone sta usando asterischi e scevà, o persone che parlano della propria identità o persone che lo fanno per rispetto, per inclusività. Diciamo che su questo è nato un piccolo dialetto, una variante della lingua, un creolo Lgbt, un italiano esiliato dalla norma accademica, come lo spagnolo esiliato nei ghetti sefarditi orientali o nelle colonie sudamericane ( indios, neri, meticci) al tempo dei Re che abitavano al Palazzo dell’Escorial, o casi simili. E perché la Crusca, che registra di tutto, non solo non vuole riconoscere il fenomeno ma si scopre garante della norma e lo CONDANNA? Non sarà che tutto un simbolico binario (maschio/femmina) si sente messo in crisi e minacciato da questi ex schiavi delle colonie (frocee, lesbic*, transgender e non binari) che adesso rifiutano di essere parlat* dalla lingua del padrone e cominciano a inventare il loro creolo? La Crusca come il Vaticano? Beh, è stato detto che asterischi è scevà non sono pronunciabili. Allora, da fiorentino nato e cresciuto vicino all’Arno dove Manzoni aveva risciacquato i panni, mi ricordo di un bellissimo spettacolo phroceeo e drag, il Festival di San Fremo, dove una drag presentatrice, imitando la mitica Nicoletta Orsomando, salutava il pubblico dicendo “Buonasera signori…. signore…e il Resto!” Su questo “Resto” la Crusca non può dire nulla, no? E anche questo “Resto”, che esiste da secoli, non potrà e non vorrà più tacere. Esistiamo, abituatevi.
In conclusione, occorre realizzare l’inclusione nella società italiana della comunità lgbti+, composta di cittadini/e/* che non sono “devianza”, che sono portatori di diritti, non sono patologia e, in uno stato laico, non devono essere caricati di uno stigma a matrice confessionale. Una realtà che esprime valori positivi, una variante naturale della sessualità secondo la scienza e l’OMS. La nostra partecipazione piena alla vita sociale, senza stigma, porterà oltre che ad un aumento della “felicità pubblica”, al nostro pieno contributo al bene culturale più grande che abbiamo nel mondo: la risorsa umana, che produce cultura e beni culturali, per tutt* e tutti e tutte.

Alleanza eterosessuali – LGBTI+